Valter Vecellio: “Cardinale Zuppi, grazie per aver accolto in nostro invito a partecipare a questo nostro convegno, nonostante i suoi numerosi e pressanti impegni. La sua presenza ci onora, sono sicuro che il suo sarà un contributo particolarmente pregnante. Comincio subito da un suo omonimo, Matteo l’evangelista, autore di un testo che il tempo non usura; anzi, giorno dopo giorno è sempre più attuale: ‘…ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi…In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me…’.
Mi piace poi ricordare quello che lei, Eminenza, ebbe a dire in occasione della presentazione del libro “La vendetta de boss”, di Antonio Mattone. Si tratta di un saggio romanzato, che ripercorre la storia di Giuseppe Savia, il vice-direttore del carcere napoletano di Poggioreale. Savia viene ucciso nel 1981, per ordine di Raffaele Cutolo, il capo della Nuova Camorra Organizzata; ucciso perché cercava di contrastare il potere di Cutolo e dei suoi camorristi all’interno del carcere. Questo libro prezioso è anche una descrizione della vita nel carcere in quegli anni, e racconta molto di alcuni cruciali avvenimenti che hanno caratterizzato quel periodo, come il rapimento dell’assessore regionale Ciro Cirillo da parte delle Brigate Rosse di Giovanni Senzani e tutto quello che ne segue. Pensate: al rientro da un’udienza in un processo, Cutolo non vuole essere perquisito, come da regolamento. Gli agenti penitenziari non osano, temono vendette. Così Savia perquisisce personalmente Cutolo che reagisce, cerca di prenderlo a schiaffi. La vendetta arriva il 14 aprile 1981: Salvia viene ucciso in un agguato sulla tangenziale di Napoli. Questa la storia, in estrema sintesi, di questo eroe ‘oscuro’.
Lei, Eminenza, in occasione di quella presentazione sviluppò una riflessione sul carcere e la sua funzione: ‘Umanità e carcere possono e devono andare d’accordo senza alcun compromesso. Anzi l’una aiuta l’altro in modo vicendevole…Le carceri dove non c’è niente, ma solo reclusione e contenimento, fanno uscire le persone peggiori di come ne sono entrate…Le carceri cambiano se intorno a essi c’è una società civile sveglia. E tanto spesso è il mondo intorno che permette al carcere di migliorare…si butta via la chiave, pensando di risolvere così i problemi della sicurezza. E questo è pericoloso per tutti perché così dal carcere si esce peggiori’.
Una riflessione pesante: richiama tutti noi a responsabilità e doveri che non ci possiamo scrollare di dosso. Parole che equivalgono a precisi doveri da assumere: tutti, non solo di chi governa; riflessione, dibattito, confronto. Per questo siamo qui, per questo vi abbiamo invitato e vogliamo ascoltarvi…”.
Matteo Zuppi: “Grazie, per avermi invitato a parlare di queste problematiche, e in questa sede. C’è una lunga storia che mi unisce a Villa Maraini; è una storia fatta di tanta solidarietà, con tanti amici in comuni; e, anche, tanta sofferenza in comune. Inoltre, è uno dei pochi ‘luoghi’ dove si coltiva speranza: qui si stabilisce un rapporto positivo tra territorio e carcere. Non so del carcere di Rebibbia, qui a Roma. So però della Dozza a Bologna: un terzo detenuti potrebbe uscire domani, se solo avesse una possibilità abitativa e domiciliare, un luogo dove poter passare il tanto o il poco che manca per la remissione della pena. Ci vorrebbero tante Ville Maraini, purtroppo non ci sono.
Dunque: Villa Maraini con la sua lunga storia. Per certi versi è anche un presidio di consapevolezza. Credo che parlare proprio qui di queste cose abbia un valore maggiore: significa che è possibile farlo nel concreto, non è una pia intenzione di ‘buonisti’. Qualche volta mi inseriscono in questa categoria, ma io non sono ‘buonista’: penso che sia un’altra cosa: sia giustizia.
Certamente la giustizia deve anche essere ‘buona’; ma attenzione: il ‘buonismo’ è una sottomarca che in qualche modo giustifica il ‘cattivismo’. Per questo non mi vanno bene nessuna delle due categorie. Ripeto: è piuttosto un problema di giustizia. Prendiamo l’articolo 27 della Costituzione: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”.
Credo sia importante l’uso che si fa delle parole: non si è scritto “pena” al singolare, ma “pene”, plurale. Non è cosa secondaria o un vezzo lessicale: si prevedeva già allora che ci potessero essere vari tipi di pena; e che la necessità di ricostruire il rapporto ferito dal crimine, la cosiddetta ‘riparazione’ può avere diversi e distinti percorsi.
Per questo sono contento di essere qui, di poter parlare di questi problemi sfuggendo a quella logica gladiatoria che ho l’impressione sia la cifra di molte discussioni… Quando andavo a scuola – io e Walter (Veltroni, ndr) abbiamo la stessa età – all’inizio non avevo capito che la cultura è un po’ come la marmellata: meno ne hai, più la spalmi sulla fetta di pane… Ecco, ho l’impressione che con la cultura accada la stessa cosa: ce n’è poca, e per questo se ne spalma parecchio.
All’inizio si è parlato del Vangelo di Matteo: è un richiamo che vale per tutti; non c’è distinzione tra credenti e non credenti: il discrimine è tra giusti e ingiusti, ed è molto trasversale; c’è una unità profonda che è anche l’umanesimo più vero e profondo, espressivo, della cultura delle tradizioni, delle radici, del nostro Paese. È un manifesto valido per tutti, su questo non ho dubbi.
Il problema di fondo della riparazione è che non la si dovrebbe mettere in discussione, però nei fatti, lo è; questo ci deve allarmare. Ridurre tutto, come qualcuno vorrebbe, a una chiave punitiva, è cosa pericolosa per la stessa causa della sicurezza.
Qualche mese fa il presidente del CNEL Renato Brunetta ha organizzato un incontro molto trasversale su “Recidiva zero”. La questione trattata era: come raggiungere l’obiettivo di far uscire dal carcere una persona senza che poi ci si rientri. Questo dovrebbe essere l’obiettivo del sistema carcerario: trascorrere un periodo più o meno lungo in carcere, che permetta di affrancarsi dal passato, di avere un futuro, di poter riparare quello che è stato rovinato. L’unica possibilità è il lavoro, la messa in prova, le pene cosiddette alternative…
Ripeto: per la sicurezza è meglio questo. Qualcuno pensa che questo sia un discorso contro le vittime. Assolutamente no. Questo è il modo migliore che una sofferenza sia valorizzata. Proprio per rispetto delle vittime, per fare tesoro e consapevolezza, intelligenza: perché questo non avvenga più. Questo, in qualche modo, ripara: a patto che ci sia un futuro, una speranza. Altrimenti sei condannato al passato, anche come vittima.
L’ultima cosa, sempre a proposito del passaggio del Vangelo di Matteo: non è che dice se il carcerato da visitare era buono, se lo meritava… Dice sollo: era un carcerato. Punto. E siete venuti a visitarmi. Cioè: non c’è un meccanismo, una qualifica che autorizza, o al contrario dice di non andare. Si va per la condizione stessa di essere carcerato, che non è poco: quello che fate, lo avete fatto a me, dice Gesù. Tutti, dunque dovremmo andare lì, e chiedere: ti serve qualcosa, posso fare qualcosa…
L’ultima considerazione è relativa al Giubileo. Perché nella bellissima “bolla di indizione” – questo è il termine tecnico – con cui papa Francesco ha aperto il Giubileo, con questa chiave, questa cifra, che era la speranza, trasformare i segni dei tempi in segni di speranza: “Spes non confundit”, “La speranza non delude”, ha letto il 9 maggio del 2024. Il primo “segno” era la guerra. Il secondo il carcere, e si chiedeva – ovviamente a tutti – un atto che andasse incontro (ha usato un termine importantissimo) alla clemenza: un termine che nel linguaggio comune è poco usato. Invece quanto era e quanto è importante. E anche questa rientra nella forza, non nella debolezza. La clemenza appartiene a chi è tanto forte da… Ho preso un po’ di dati, e del resto li conosciamo benissimo: abbiamo un sovraffollamento del 124 per cento. I suicidi sono stati, l’anno scorso, una settantina. Il nostro presidente della Repubblica ha detto che sono condizioni inammissibili… credo che poterne parlare come facciamo oggi, con anche un’esperienza che speriamo si possa e si debba riprodurre, e il territorio (non soltanto chi lo governa, ma tutti) e che il tema carcerario sia attento al territorio: quand’è che il carcere funziona meglio? Quando il territorio funziona bene. Quando invece non c’è, il carcere funziona peggio, perché diventa solo un sistema punitivo. Quindi è pericoloso, perché lì non c’è solo recidiva zero, è assolutamente sicura al contrario.
La formula di Villa Maraini che libera tante detenzioni, perché le dipendenze sono delle carceri da cui è difficilissimo trovare la chiave, aiuta a uscire, ma soprattutto aiuta il prigioniero perché trovi lui la chiave per uscire. Questa esperienza spero aiuti a creare tante altre Ville Maraini, per dare a tutti un futuro, un futuro riparativo del “passato”.
Vecellio: “La parola, ora a Walter Veltroni, che riesce a essere tante cose insieme: scrittore, autore di romanzi polizieschi e di saggi storici, ma anche regista, commentatore; in passato è stato parlamentare, dirigente del PCI e di alcune sue derivazioni, esperienze di governo come ministro e vice-presidente del Consiglio, sindaco di Roma… Ricordo che volle tenere un consiglio comunale straordinario nel carcere di Rebibbia. Era il novembre del 2002, quel consiglio comunale all’ordine del giorno aveva la situazione dei detenuti, intendeva lanciare un segnale di attenzione. Cito questo episodio perché l’altro giorno il Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria ha negato l’autorizzazione a una analoga iniziativa, nel carcere di Modena. Uno dei tanti segnali dei tempi “altri” che tocca vivere.
A Veltroni, che continua di fatto a fare politica, nel senso alto del termine, e nel campo della sinistra, chiedo: come mai la sua parte fa una gran fatica a occuparsi sul serio e in concreto, di questi problemi? Si esalta la Costituzione, “la più bella del mondo”, com’ebbe a dire Pierluigi Bersani; ma quasi si ignora l’articolo 27, che mi piace ricordare: “Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Sono vietate pene contrarie al senso di umanità, come torture o trattamenti degradanti. La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Perché questa fatica dovrebbe essere una delle bandiere della sinistra, da esibire e sventolare con orgoglio…”.
Walter Veltroni: “Non è semplice rispondere a questa domanda. Proprio oggi, prima di venire qui, guardavo un filmato sull’operato degli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement statunitense. L’ICE è la principale agenzia federale responsabile del controllo dell’immigrazione e dell’investigazione sui reati legati all’immigrazione irregolare. C’era da prima di Trump, ma sotto la sua amministrazione ha ricevuto un impulso e una sorta di immunità che di fatto consente all’ICE comportamenti da vero e proprio regime.
Quel filmato mostra il modo violento di alcuni agenti che arrestano una donna disabile che stava guidando la sua automobile; la trascinano a terra, la trattano in modo incredibilmente brutale, come ormai è consuetudine di questi squadroni che operano con il viso coperto e si sono resi tra l’altro responsabili dell’assassinio di una donna che semplicemente guidava la sua automobile e voleva andare via.
Guardando quelle immagini pensavo che questo nostro incontro di oggi è meravigliosamente blasfemo rispetto allo spirito del tempo che viviamo… una blasfemia di cui abbiamo bisogno, e ne ha bisogno anche la parte politica nella quale ho militato per tutta la mia vita. Su questi temi in un passato non troppo lontano abbiamo mostrato sensibilità su queste tematiche. Ricordo, se ne pagò un prezzo, il provvedimento di indulto preso dal secondo governo Prodi di cui facevo parte. Un provvedimento molto coraggioso, sollecitato da Papa Giovanni Paolo II, nel corso di una sua visita in Parlamento.
In generale credo che sia cresciuta la sensibilità su questi temi, anche se certamente tanto resta da fare e va fatto. Ascoltavo Gabriele Mori e Matteo Zuppi, i dati che ci hanno fornito. Quelle cifre, quei numeri, devono far riflettere. Quando ragioniamo sull’indice di affollamento previsto, parliamo comunque di condizioni che sono al di sotto della vivibilità. Poi, a queste condizioni, si aggiunge il problema del sovraffollamento; il numero degli operatori della polizia penitenziaria che non sono sufficienti; la difficoltà di garantire un lavoro ai detenuti… Tutto questo “semplicemente” fa parte di quello spirito del tempo di cui si parlava prima.
Ecco che il carcere, da luogo di recupero come dovrebbe essere, si trasforma in luogo di vendetta nei confronti di chi si ritiene abbia sbagliato; e spesso non si sa neanche se ha davvero sbagliato, perché chi sta in carcere aspetta che si concluda tutti i gradi di giudizio necessari per stabilire se uno è davvero colpevole o innocente. Ma prima che questo accada si viene puniti costringendo la persona a un livello di vita disumano.
Il problema non si risolve solo costruendo nuove carceri. Certo che si devono costruire nuovi istituti al posto degli attuali, ottocenteschi. Ma non è così che si risolve il problema. Occorre ridurre la popolazione carceraria, studiare forme alternative che consentano alle persone che per motivi che non sempre sono riconducibili a delitti contro la persona, possano più ragionevolmente trovare una alternativa, per il loro futuro e della società. Come ha detto Zuppi è anche una questione di sicurezza.
La sicurezza è un bene primario, fondamentale della vita di ciascuno di noi. Non la si garantisce con il mero inasprimento delle pene, o con la diffusione delle armi; fosse così, gli Stati Uniti dovrebbero essere il paese più sicuro del mondo. Come sappiamo, non lo sono affatto: lo sanno bene i ragazzi americani che la mattina vanno a scuola, e i loro genitori non sanno se torneranno a casa; il grado di disagio è tale che non basta erogare pene per centinaia di anni, non è così che si risolvono problemi che di tutta evidenza nascono da un disagio sociale. La sicurezza è un impasto delicatissimo che mette insieme la repressione necessaria, ma in primo luogo deve cercare di rimuovere le ragioni che determinano comportamenti violenti e illegali.
Si tratta di mettere in campo politiche sociali adeguate, che devono riguardare anche il carcere; occorre superare “logiche” secondo le quali tutto è sempre e solo reato penale da punire con il carcere. Questa è una risposta illusoria, bambinesca. Non è aumentando le pene che risolveremo il problema. Ripeto: garantire la necessaria sicurezza significa costruire un delicatissimo equilibrio tra interventi repressivi e interventi di recupero. È questa la “cultura” che oggi manca, nel discorso politico; non solo da una particolare parte politica: manca in generale. Diciamoci la verità: il riflesso di cui si è spesso preda è di tipo autoritario.
Per questo ritengo opportuno raccogliere l’invito di Maria Antonietta Farina Coscioni contenuto in un suo articolo su “Proposta Radicale”, che recupera l’idea di Piero Calamandrei, una commissione parlamentare che cerchi di capire la natura di queste decine e decine di suicidi e tentati suicidi in carcere; quelli ufficiali, ma i tanti che non sono come tali riconosciuti, spesso avvolti da una nube di incertezza…
Tutto questo ci dovrebbe spingere a cambiare cultura, e a capire che di Ville Maraini dovrebbero essercene sparse in tutto il territorio nazionale: sono una garanzia per la sicurezza molto maggiore dello sbattere una persona in galera in condizioni disumane, illudendosi che quando esce possa essere una persona migliore. È assai probabile che la persona che ha vissuto in quelle condizioni, maturi dentro di sé un grado di rabbia, di frustrazione, di dolore tale che rende molto più difficile il suo reinserimento nella società. È un cambiamento di paradigma culturale; quella blasfemia della quale ho fatto cenno all’inizio.
Sono questioni che hanno a che fare con gli esseri umani, dovrebbero essere affrontate con una concezione istituzionale e non di parte. Anche questo, in tempi in cui la cosa più facile da fare sono risse, appare una sorta di blasfemia. Eppure, penso che attorno a una commissione d’inchiesta, a una revisione della disciplina che riguarda la condizione carceraria, i diversi schieramenti politici dovrebbero avere l’umiltà di incontrarsi, discutere, dialogare, trovare punti di equilibrio: altrimenti si continua a rimandare un problema che cresce e che è una delle ragioni per le quali questo Paese riesce nel meraviglioso paradosso di essere insicuro e al tempo stesso con troppa gente nelle carceri”.
Vecellio: “La parola ora a Massimo Barra. Personaggio – sia chiaro: è un elogio, un riconoscimento – “scomodo”: non esita a rompere le proverbiali uova nel paniere. Barra credo di conoscerlo fin dagli anni ’80, quando Pannella e il Partito Radicale organizzavano le prime marce di Pasqua per combattere lo sterminio per fame nel mondo. In quegli anni era presidente della Commissione Giovani e poi della Commissione Sviluppo nell’ambito della Federazione Internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa; non esitò a aderire a quella campagna e a quelle iniziative. Presidente emerito della Croce Rossa Italiana, alle spalle oltre 450 missioni in oltre 120 paesi; è stato uno tra i primi medici in Italia a prendersi cura professionalmente dei tossicodipendenti; prima presso il Centro delle Malattie Sociali del Comune di Roma, stiamo parlando della metà degli anni ’70. Poi ha costituito la Fondazione Villa Maraini, da lui diretta per più di 30 anni. Un curriculum impressionante, una quantità di riconoscimenti. Qui, mi limito a due: il Senato francese gli conferisce il premio internazionale “Albert Schweitzer”, assegnato a personaggi che si distinguono nell’azione umanitaria e di pace; e il premio Gilead Community Awards 2023 “per l’eccezionale contributo alla propria comunità”. Se siamo qui, è perché quando gli abbiamo prospettato l’idea di questo convegno, ha subito accettato con entusiasmo e si è fatto carico della concreta organizzazione dell’evento. Grazie anche per questo, Massimo…”.
Massimo Barra: “Vado subito al sodo: sono convinto che il carcere sia al tempo stesso patologico e patogeno. Patologico per come è strutturato. Patogeno perché crea altra patologia. Noi ci occupiamo della patologia dell’abuso di sostanze: ci si può drogare senza essere drogati? Mi spiego: ci può essere un consumo occasionale, ricreativo, sporadico, veramente vizioso, che non presuppone una necessità, ma un piacere, la soddisfazione di una voglia… Noi parliamo, e ci occupiamo di coloro che a un certo punto superano la cosiddetta red line, la linea rossa, al di là della quale il consumo diventa una malattia. Noi insomma parliamo di malati; i malati, perché tali, non possono stare in carcere. La struttura del carcere aggrava la patologia. Ecco perché cerchiamo disperatamente alternative alla detenzione. Per questo mi trovo appiccicata l’etichetta di ‘buonista’, anche se mi ribello a questa definizione inventata dai ‘cattivi’, per poter prendere le distanze da chi vuole costruire invece di distruggere. Per non parlare poi di chi dice che bisognerebbe buttare via le chiavi delle carceri. Una frase volgare, che non vorrei sentire mai…
In tutto il mondo milioni di persone sono detenute, un terzo dell’intera popolazione carceraria, per problemi di droga. Deve esserci per forza qualcosa che non funziona, se da Timbuctù alla Norvegia, e ovunque nel mondo, un terzo dei detenuti è in galera per problemi legati alla droga…
È una situazione che non fa bene alla società, a quel diritto più volte richiamato alla sicurezza; è un qualcosa che fa male a tutti, non solo a chi finisce in carcere o alle loro famiglie. Dunque, quello che cerchiamo di fare per un dato di umanità ma anche di convenienza, è quello di tirar fuori queste persone, sottoporle ad un regime terapeutico e di recupero. I risultati non sono quelli che vorremmo, perché scarsi, insufficienti sono i mezzi a disposizione; e non è solo questione di risorse materiali: dobbiamo combattere un persistente atteggiamento di comprensione, di interesse, da parte dell’opinione pubblica, quando non è proprio ostile: se si parla di ragazzini assistiti dall’UNICEF, tutti quanti si commuovono. Se si parla dei tossici, si voltano dall’altra parte. Nonostante questo, da anni siamo impegnati in questa azione di recupero.
A volte si ha come l’impressione di voler svuotare il mare con il secchiello… Da quanto tempo parliamo dei suicidi in carcere, della droga, dei problemi legati alle dipendenze, Ferragosto e Capodanni Marco Pannella si è fatto nelle carceri, con i detenuti? Non credo ci sia un altro campo dove si possa fare un paragone tra la situazione del Medio Evo e del tempo moderno, come con il carcere. Se oggi andiamo a Regina Coeli, la situazione non è molto differente rispetto a quella descritta nell’ultimo atto della “Tosca”… il carcere continua a essere un luogo di violenza e di dolore.
Una osservazione a margine: siamo abituati agli eroinomani; ma c’è un grande farmaco per loro: il metadone. Ci sono circa novantamila persone in Italia che tutti i giorni vanno ai SERT per prendere il metadone, e conducono una vita ‘normale’, perché lo prendono. Nessuno lo sa, nessuno li riconosce: non ce l’hanno scritto in faccia: novantamila persone… Pensate se non ci fosse, in che razza di situazione ci si troverebbe. Altro che sicurezza! Ma ora la situazione sta cambiando. Nella ‘ruota’ dei consumi, ora dominano gli eccitanti. La cocaina, che era una cosa un po’ chic, ora la si trova a ogni angolo di strada, e c’è anche il suo parente ‘povero’, il crack: è un eccitante. Noi di fronte agli eccitanti siamo impotenti. C’è tanta gente che ci dice: non voglio uscire da qui, stanotte tenetemi da voi a Villa Maraini, perché non ce la faccio senza il crack soccombo. Sono decine di migliaia…
E noi non abbiamo la possibilità di ricoverare una persona eccitata. I legislatori quando hanno ipotizzato il sistema antidroga, hanno previsto i SERT dopo tante resistenze; c’era chi sosteneva che i Centri Antidroga non dovevano essere fatti, perché emarginavano; i soggetti li si doveva curare nei centri socio-sanitari; li si mandava così in ospedale, il luogo più lontano dove deve andare un tossicodipendente…
Quando abbiamo costituito Villa Maraini non la potevamo chiamare Centro Antidroga, perché i drogati li si doveva curare in ospedale. Abbiamo dovuto chiamarla ‘Centro di Post Cura Antidroga’. Abbiamo dovuto contrastare anche questa demagogia…Oggi si dovrebbe almeno ammettere che ci si è sbagliati: i drogati vanno curati, rispettare i tossici è curarli.
Vero è che il soggetto per primo deve voler uscire dalla situazione in cui si trova. Se manca questa volontà, manca l’essenziale. Ma un luogo fisico dove può decantare per una settimana, avere assistenza quando è in crisi, essere aiutato a superarle, a vincerle: sostenere questo non è un’eresia…O forse si? Comunque, credo valga la pena di discuterne; così evitiamo che la politica si divida in proibizionisti e antiproibizionisti, che in questo modo non si va da nessuna parte e non si risolve nulla…”.
Vecellio: “Ora la parola a Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente dell’Istituto che prende il nome dal marito, Luca Coscioni, persona, dirigente politico, intellettuale, che tutti voi conoscete. È anche a suo nome, se ci troviamo qui: per ricordare e onorare la sua battaglia e il suo impegno a favore del diritto alla conoscenza e alla libertà di ricerca. Un impegno che Maria Antonietta ha portato avanti con Luca e anche dopo la sua morte: come militante e dirigente del Partito Radicale di cui è stata anche parlamentare; e ora, anche con lo “strumento” dell’Istituto. In questo impegno rientrano anche le iniziative, le battaglie politiche su carcere e tossicodipendenze. A lei dobbiamo il recupero della proposta di inchiesta sulle carceri e sulla tortura avanzata da Piero Calamandrei nel 1948, quando la Repubblica muoveva i suoi primi passi…”.
Maria Antonietta Farina Coscioni: “Una premessa: periodicamente vengono stilati, meritoriamente, dei rapporti che fotografano la drammatica situazione nelle carceri italiane, di cui i suicidi sono l’epifenomeno. Manca tuttavia un’indagine che vada al di là del mero dato di cronaca. Un’indagine che approfondisca le ragioni e il contesto che portano un detenuto a togliersi la vita. Credo sia necessario ricostruire per quanto possibile la vita e la storia di ciascun suicida, e anche il penitenziario in cui era rinchiuso, le condizioni di detenzione. Una commissione che accerti quello che si è fatto, ma anche cosa non si è fatto, per responsabilità di chi. Ogni anno da anni il numero dei suicidi, detenuti, ma anche operatori e agenti di custodia, è impressionante. Ma è un problema, come è stato detto poco fa, che già si era posto un illustre giurista e padre della Costituzione, Piero Calamandrei. Nel corso della seduta del 28 ottobre del 1948 prende la parola e suggerisce alla Camera dei Deputati di invitare il Governo a nominare una commissione d’inchiesta, cito: ‘allo scopo di indagare e riferire al Parlamento sui metodi di investigazione adoprati dalla polizia per ottenere la confessione degli arrestati, sulle condizioni dei detenuti negli stabilimenti carcerari, sui metodi adoprati dal personale carcerario per mantener la disciplina tra i reclusi…”. Nel marzo del 1949 Calamandrei dedica un intero numero della sua rivista, “Il Ponte”, a questo problema. Già allora l’aveva individuato e inquadrato: “Ispezioni che dovrebbero compiersi non con visite solenni e preannunciate, ma con improvvise sorprese e con i più ampi poteri di interrogare agenti carcerari e reclusi, ad uno ad uno, a tu per tu, da uomo a uomo, senza controlli e senza sorveglianza Solo così si potrà sapere come veramente si vive nelle carceri italiane...”.
E vengo così all’oggi. Per i luoghi di privazione della libertà personale occorrono azioni mirate, immediate e coordinate. Quando si parla di luoghi della privazione della libertà personale automaticamente si pensa alle carceri; voglio ricordare che non ci si deve dimenticare delle comunità terapeutiche chiuse, dei centri per gli immigrati, delle REMS; anche questi sono luoghi di privazione della libertà personale, come lo erano gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e i manicomi, prima che venissero aboliti. Tutti “luoghi” che vanno compresi tra quelli che un parlamentare dovrebbe avere il diritto (e anche il dovere) di visitare e ispezionare senza preavviso e autorizzazione.
L’ultimo di questi “luoghi” che ho avuto occasione di visitare è il carcere di Cremona; lì, recentemente, si sono consumati due gesti estremi: il suicidio di un detenuto e quello di un educatore. Mi voglio soffermare sulle modalità di quest’ultimo suicidio. Era la seconda volta che visitavo il carcere di Cremona. La prima volta c’ero andata a Ferragosto, avevo riscontrato una gravissima situazione dal punto di vista delle condizioni di vita. Era stata un’ispezione accurata, durata tutta la giornata; abbiamo toccato con mano le gravissime condizioni di salute, le carenze igienico-sanitarie, puntualmente e dettagliatamente segnalate e denunciate alla Direzione Generale dell’Azienda Sanitaria di Cremona, alla stessa Direzione del carcere, al Garante dei detenuti; e naturalmente abbiamo informato anche il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Ci hanno risposto in modo evasivo, quasi elusivo, con declinazioni se così si può dire, moralistico-paternalistiche. Poi sono arrivati i due suicidi. Risposte inadeguate; e poi ecco il suicidio dell’educatore: che sceglie di morire impiccandosi nel bagno del suo ufficio nel carcere.
Scarne, le notizie sulla stampa locale: niente generalità, solo l’età, 44 anni. Nel corso della seconda visita ho modo di appurare che attorno a quel suicidio c’era come un alone di mistero. Per inciso, neppure l’età era giusta, aveva qualche anno di meno. Nel colloquio con la direttrice del carcere non c’è stato modo di sapere nulla sul conto di questa persona. Naturalmente non c’era alcuna intenzione appagare una curiosità di carattere speculativo. Si volevano piuttosto raccogliere elementi che consentissero di inquadrare il contesto in cui era maturata questa decisione estrema. Un po’ tutti si sono trincerati dietro il fatto che non erano autorizzati a rilasciare dichiarazioni. Una cosa però è venuta fuori, indicativa: quell’educatore aveva in “carico” ben 150 detenuti… Pensate che carico di dolore, disperazione, frustrazione gravavano sulle sue spalle… Nel complesso però ho dovuto prendere atto di un clima a dir poco surreale: silenzio da parte di tutti, reticenze… Anche i detenuti: per la prima volta neppure uscivano dalle loro celle. Gli agenti di polizia penitenziaria, poi: ammettevano le carenze di organico, del resto innegabili; ma ci tenevano a far sapere che comunque riuscivano a far fronte in modo egregio a tutte le incombenze e necessità.
Per quanto riguarda il detenuto ci hanno invece detto tutto: nome, età, luogo di origine, il reato che l’aveva portato in carcere, quanto ancora doveva scontare… Per l’educatore una barriera di silenzio; tutto e di più per quello che riguarda il detenuto, e non solo a me, impegnata nell’ispezione. Il giorno dopo era tutto sul giornale. Insomma, un doppio binario… Ecco: da questi “piccoli” episodi che scivolano tra l’indifferenza e la disattenzione dei più, si ricava la necessità, l’urgenza della commissione parlamentare d’inchiesta: ogni suicidio non è solo un numero per le statistiche. È una persona, una vita vissuta, ci sono famiglie, contesti…Calamandrei questo l’aveva perfettamente capito. È arrivato il momento di dare concretezza a quella sua intuizione. Se davvero vogliamo fare qualcosa che abbia un senso a fronte di questa drammatica realtà dei suicidi in carcere che riguarda i detenuti, ma anche quelli che Marco Pannella definiva i “detenenti”: la comunità penitenziaria nella sua interezza e complessità”.
Vecellio: “Prima di dare nuovamente la parola al cardinale Zuppi voglio ricordare il caso di un sacerdote, don Roberto Mozzi, cappellano nel carcere milanese di San Vittore. Il 14 giugno 2024 porta la sua testimonianza durante una Maratona Oratoria sull’emergenza carcere organizzata dagli avvocati. Il Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria non gradisce, e denuncia don Roberto, il reato di cui si sarebbe reso colpevole è “rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio”. Cosa avrà mai rivelato don Roberto che non si doveva sapere? Che negli ultimi 24 mesi, a San Vittore, si erano tolte la vita dodici persone: “In pochi saprebbero dire i loro nomi e ricordare i loro volti. La parola d’ordine è ‘dimenticare’. Con rapidità ed efficienza tutto deve tornare alla normalità in poche ore, come se nulla fosse avvenuto. La morte va rimossa in fretta, perché parla. La morte scandisce parole di dolore e incuria. Da dieci anni lavoro qui come cappellano e la morte è sempre stata affrontata così: ‘custodiamo corpi vivi, dei morti non sappiamo cosa farcene: non ce ne parlate neanche’…”.Questo dice don Roberto, che sceglie di ricordare: Giacomo; Ahmed; Davide, e tutti gli altri: detenuti che avevano manifestato più volte disturbi mentali, avevano già tentato il suicidio, avrebbero dovuto essere in altri luoghi che la cella dove erano rinchiusi, bisognosi di cura e assistenza; e invece abbandonati ai loro tormenti e disperazioni, e infine si sono uccisi. “Dopo ogni morte in carcere viene aperta un’indagine giudiziaria. Possibile che, di fronte a violazioni così palesi dei regolamenti penitenziari e dei protocolli di prevenzione, nessuno abbia nulla da eccepire?… Come è possibile che nessuno si sia accorto di nulla?”, si chiede don Roberto. Si sono però accorti del suo intervento, e l’hanno denunciato per rivelazione di segreto d’ufficio. L’articolo che punisce la rivelazione di segreti d’ufficio è il 326 del Codice penale.
Nella denuncia alla Procura don Roberto viene additato come colpevole d’aver “elencato i suicidi di 12 detenuti in due anni, indicandone i nomi, le modalità e le probabili cause, sulla base della conoscenza di dati ed informazioni acquisiti in ragione del suo ufficio presso il carcere…” con quelle che vengono definite “significative imprecisioni forse riconducibili ad una visione parziale”. La procura e il Giudice per le Indagini Preliminari, quando si sono trovati davanti il fascicolo hanno disposto, giustamente, l’archiviazione. Ma intanto dal DAP qualcuno ha pensato di promuovere quest’azione penale. Qualcuno per dovere d’ufficio, l’ha raccolta e trasmessa; dei magistrati hanno dovuto perdere qualche giorno o qualche ora per studiare l’incartamento e, finalmente, dopo un anno e mezzo, tutto è finito al macero. Noi si resta con il dubbio: per il DAP parlare dei suicidi in carcere, equivale a divulgare “segreti d’ufficio”?
Ho riferito di questo episodio se vogliamo “marginale” ma significativo. Forse sarebbe utile un convegno dove i cappellani hanno la possibilità di raccontare le loro esperienze, i grandi e piccoli drammi di cui sono testimoni. Che qualcuno vorrebbe restino ignorati, anch’essi detenuti come i loro protagonisti e vittime… La parola a lei, don Matteo…”.
Zuppi: “Rapidamente: non ci sono solo i cappellani; ci sono anche i tantissimi volontari, li dobbiamo incoraggiare e ringraziare per il loro grande impegno; sono fondamentali. Questo proprio per cominciare a creare quei “ponti”, quelle “fessure” che ci consentiranno di guardare al futuro. Purtroppo, questi operatori in genere, hanno i capelli più bianchi, sono anziani. Per tante ragioni al mondo del carcere non c’è la sufficiente che occorre. La seconda osservazione: gli operatori della polizia penitenziaria. Certo, ci sono episodi di violenza brutale come quelli che accaduti a Santa Maria Capua Vetere o al Beccaria; episodi che vanno certamente condannati e puniti. Al tempo stesso dobbiamo ricordare che tante volte questi operatori i trovano a dover fare fronte a situazioni estremamente difficili, ricoprono ruoli a cui non sono preparati, addestrati. Di fatto sono assistenti sociali che apprendono questo mestiere sul campo.
Non è solo il sovraffollamento a essere un grave problema. C’è anche il personale insufficiente per garantire i minimi livelli previsti dalla legge. Terzo punto: la certezza della pena. È una questione importante; in parallelo va assicurata un’altra certezza: quella della speranza. Devono procedere di pari passo. Un aspetto particolare riguarda il carcere minorile, un ‘mondo’ a cui occorre prestare particolare attenzione, immaginare percorsi “altri” rispetto gli attuali. Perché altrimenti in pochi anni si rovina per sempre la vita di tante persone.
Veltroni ha usato un termine giusto: l’umiltà di lavorare insieme; sapersi sottrarre a una logica di continuo confronto; dobbiamo capire che c’è sempre qualcosa per cui conviene guardare avanti. Questo è il problema: perché quando non si ha nulla da perdere, si finisce con il fare tutto.
Per quello che riguarda lo specifico capitolo della lotta alla droga: condivido quanto dice Massimo Barra: con maggiore consapevolezza e determinazione si deve operare nel solco aperto cinquant’anni fa da Villa Maraini. Ricordo quei giorni: c’era un impatto più brutale, rispetto a oggi: tappeti di siringhe nei giardini pubblici, morti per strada… Oggi si vede forse di meno, ma la situazione non è migliore. Anzi, rischiamo di farci l’abitudine agli effetti prodotti dalle dipendenze. Quindi oltre alla consapevolezza occorre non rassegnarsi.
Gli educatori: mi ha molto colpito la storia del suicida raccontata da Farina Coscioni. Penso che gli educatori svolgano un ruolo preziosissimo, fondamentale: sulle loro spalle gravano moltissime responsabilità, sono quelli che devono aiutare a individuare percorsi di speranza, di consapevolezza: enormi responsabilità, in cambio di pochissimo. Un’ultima cosa: i problemi psichiatrici in carcere. Un tema che merita un’attenzione specifica, particolare: molto legato al problema delle dipendenze; credo che oggi questa sia una grande emergenza nell’emergenza”.
Vecellio: “Ci stiamo avviando alla fine di questo convegno. Prima di dare a Massimo Barra la parola per un intervento conclusivo, qui sono stati ricordati le carceri minorili. Il grande Eduardo de Filippo, nominato senatore a vita da Sandro Pertini, tenne il 23 marzo 1982 un vibrante discorso in Senato, proprio sulla questione del carcere dove si rinchiudono i minori. Sono trascorsi più di trent’anni, da allora. Quel discorso sembra di oggi, per l’oggi…”.
Barra: “Siamo a Villa Maraini, e su una caratteristica di questa istituzione voglio richiamare l’attenzione. Ci siamo dati una specie di ‘regola’: ogni intervento è personalizzato. Perché non siamo tutti uguali: un ragazzo di 18 anni evidentemente ha delle problematiche diverse da quelle di un uomo di cinquant’anni. Dunque, anche le terapie devono essere adattate e personalizzate. Non si possono trattare tutti nello stesso modo.
Questo problema l’abbiamo strutturato in quattro stadi, introducendo il concetto delle ‘soglie’: bassa; media; alta soglia; e infine minima. Le prime tre ‘soglie’ presuppongono un tetto, una struttura che ospita il soggetto. La quarta ‘soglia’, la bassissima, la facciamo per strada. Se chi chiede aiuto è patologico, chi non ce la fa neppure a chiedercelo, è patologico due volte. Altre comunità si occupano di soggetti diciamo così ‘motivati’, che si rivolgono a loro per uscire dalla situazione in cui si trovano. Così il loro compito è di fatto relativamente più semplice. Noi ci interessiamo anche a chi, due volte patologico, ancora non è arrivato alla soglia della consapevolezza. Per questo operiamo molto per strada e nelle zone della città più disagiate. È per strada che ancora intercettiamo soggetti in overdose, che stanno male e sono in pericolo. Non ho la contabilità esatta, ma credo che si sia riusciti a salvare la vita ad almeno tremila persone. È una realtà poco nota, che interessa poco, non procura voti, potere. Roma è una delle città dove circola una quantità enorme di droga. Spero che anche con questo convegno, e sono grato a “Radio Radicale” che l’ha registrato e lo manderà in onda, questa realtà sia conosciuta, apprezzata e sostenuta. C’è ancora tanto lavoro da fare.
La conclusione vorrei affidarla a un documento che è stato elaborato dagli ‘ospiti’ di Villa Maraini. Si sono divisi in quattro squadre, hanno steso ognuno una parte, poi le hanno amalgamate, condensate: da quattro è venuto un documento unico, una cosa davvero straordinario: scritto da più mani, concepito da più cervelli… una bella dimostrazione di consapevolezza e di presa di coscienza del proprio destino…”.




